29) Bentham. Sull'utilitarismo.
Per Jeremy Bentham il principio dell'utile  di per s cos
evidente che non  necessaria un'analisi accurata per dimostrare
che esso sta a fondamento della morale.
J. Bentham, Introduzione ai principi della morale e della
legislazione (pagine 92-93).

Utilit  un termine astratto. Esso esprime la capacit e la
tendenza di una cosa a preservarci da qualche male o a procurarci
del bene. Male significa pena, dolore o causa di dolori. Bene
 gioia o fonte di piaceri. E' conforme all'utilit o
all'interesse dell'individuo tutto quanto tende ad aumentare la
somma totale del suo benessere. Ci che  conforme all'utilit o
all'interesse di una comunit,  quanto tende ad aumentare la
somma totale del benessere degli individui che la compongono.
Un principio  l'idea prima assunta come premessa o base del
ragionare. Costituisce il gancio fisso, tanto per portare un
esempio pratico, al quale si attacca il primo anello di una
catena. S'impone che il principio sia evidente:  sufficiente poi
chiarirlo e spiegarlo per farlo riconoscere. E' come gli assiomi
della matematica; non vengono provati per via diretta, ma non 
possibile respingerli senza cadere nell'assurdo. La logica
dell'utilit consiste nel partire dal calcolo o dal raffronto
delle pene e dei piaceri attraverso tutte le operazioni del
giudizio, senza farvi entrare alcun'altra idea.
Io mi valgo del principio dell'utilit ogni qualvolta convalida la
mia approvazione o disapprovazione di un atto privato o pubblico
sulla potenzialit, dell'atto in questione, a generare pene o
piaceri; quando uso i termini giusto, ingiusto, morale,
immorale, buono, cattivo, come termini collettivi che
rispecchiano le idee di talune pene e di taluni piaceri, senza dar
loro alcun altro significato: ben inteso che accolgo queste parole
pene e piaceri nel loro senso volgare, senza affidarmi a
definizioni arbitrarie allo scopo di escludere determinati piaceri
o di negare l'esistenza di certe pene.
Bando alle elucubrazioni metafisiche: non  necessario consultare
n Platone n Aristotele. Pena e piacere   ci che ciascuno
sente come tale: il contadino come il signore, l'ignorante come il
filosofo.
Per gli individui che seguono il principio dell'utilit, la virt
non  un bene che in rapporto ai piaceri che ne derivano; il vizio
non  un male che in rapporto alle pene che genera. Il bene morale
 tale soltanto in base alla sua capacit di produrre beni fisici,
e il male morale per la sua tendenza a causare mali fisici, ma
quando io dico fisici intendo le gioie e i dolori dell'anima,
quanto le sofferenze e i piaceri del senso. Considero l'uomo tale
quale  nella sua costituzione attuale.
Se coloro che accettano il principio dell'utilit, trovassero
nell'arido catalogo delle virt un'azione che generasse pi dolori
che soddisfazioni, non indulgerebbero un istante a considerare
questa pretesa virt come un vizio, n si lascerebbero sopraffare
dall'errata opinione generale. Nessuno crederebbe facilmente che
l'impiego delle false virt serva al mantenimento delle virt
autentiche.
Cos pure se si trovasse tra i reati delle azioni che non recano
danno alcuno, o dei piaceri innocenti, colui che segue il
principio utilitaristico non tarderebbe un istante a classificare
questi pretesi reati tra le azioni legittime, e nutrirebbe la
massima comprensione per i presunti colpevoli, mentre riserverebbe
tutta la sua indignazione per i cosiddetti virtuosi che li
perseguitassero.
J. Bentham, Introduzione ai principi della morale e legislazione,
 in Sofismi politici, a cura di P. Crespi, Bompiani, Milano, 1947,
pagine 165-166
